L'attore non recita le parole ma i sentimenti,
che la parte è fatta non di parole
ma del sottofondo affettivo: è quella la parte nascosta
da scoprire dell'attore.

Kostantin Sergeevič Stanislavskij
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Sono nato in un piccolo centro alla periferia di Napoli, il quinto di sette fratelli.
Ad undici anni, aspettavo che tutti andassero a letto; poi m’alzavo, prendevo foglio e matita, e disegnavo. E’ così che la pittura è diventata la mia prima passione e un’abitudine.
In seguito, m’iscrissi all’Istituto superiore d’Arte e, studiando storia della pittura, iniziai ad imitare lo stile di pittori famosi, così come insegnavano a scuola. Immaginavo il mio quadro come una scena contigua, precedente o successiva, a quella del quadro d’artista che avevo scelto e creavo una serie d’immagini legate alla scena originaria: messi in fila, i miei lavori su tela sembravano sequenze d’animazione cinematografica.

Fin lì, recitare era un sogno sommerso.
Come molti attori affermati raccontano, anch’io da bambino ero pazzo per le imitazioni. Imitavo chiunque e i miei familiari ridevano e m’incoraggiavano; a tratti, mi sembrava che riuscissi ad esprimermi e presentarmi agli altri solo recitando. Poi, un giorno, provai una sensazione quasi di soffocamento. Decisi che qualcosa di me doveva cambiare.

Pochi anni dopo, quando lessi “La metamorfosi” di Franz Kafka, ho ritrovato nelle pagine del libro la stessa sensazione e ho capito che equivaleva a “sentire profondamente un dolore”.

A quattordici anni, chiesi per la prima volta a mia madre di cercare per me una scuola di recitazione, ma un po’ per motivi economici, un po’ per gli orari, capii che dovevo rimandare quell’esperienza.
Ormai, pensavo che in me c’erano due semi diversi: il primo, la pittura, era già germogliato quand’ero bambino ed era già diventato una pianta rigogliosa; il secondo, la recitazione, ora l’avevo nascosto, ma immaginavo che si sarebbe radicato più in là accanto all’altro, per generare un’altra pianta più grande, avviluppata alla prima, al punto che sarebbe risultata ancor più rigogliosa e avrebbe preso il sopravvento. Io volevo recitare.

La seconda volta che ho provato un’emozione profonda fu a diciassette anni, il giorno in cui, iscritto al quarto anno dell’Istituto d’arte, arrivarono a scuola un casting director e il suo assistente, per una produzione cinematografica in cerca d’attori non professionisti. Cercavano miei coetanei che avessero voglia di tentare un provino cinematografico: si doveva solo posare per una foto. Io mi misi alle loro costole, iniziai a tempestarli di domande; così, mi scattarono la foto, anche se dissero che io non ero il ragazzo adatto al ruolo protagonista del film. Così, chiesi che tipo di ragazzo cercassero: uno che interpretasse un giovane malavitoso.
Un mese dopo, mi chiamarono per il provino…


Oggi

Ho avuto la mia prima esperienza cinematografica col regista Antonio Capuano, poi…

ho lavorato in vari film per il cinema;
ho avuto la possibilità di sostenere un ruolo da protagonista;
continuo e continuerò sempre a dipingere, perché il primo amore non si scorda mai;
ho studiato teatro e dizione, imparando il lavoro di “bottega”;
ho frequentato vari stages, durante i quali ho approfondito il lavoro dell’attore;
ho fatto anche dei lavori come graphic designer per pagarmi le rette;
ho studiato alcune tecniche d’espressione corporea, mimo e danza;
ho lavorato in alcune serie televisive;
ho sofferto e, forse, ho fatto soffrire un poco, per amore:
ho appreso l’arte di concentrarmi sui set, al di là di tutta la confusione possibile…;
ho imparato molte cose dagli attori navigati incontrati sui vari set (so rubacchiare);
ho voglia di fare qualcosa di buono, per ringraziare così i miei genitori e i miei fratelli.

Ora lo so, il lavoro dell’attore ha bisogno di dedizione e serietà, e questo mi piace.
Ho degli ideali, vocazione e sacrificio sono termini che non mi spaventano.
Qualcuno mi dice che la strada è lunga.
Io ci credo.

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Il modo migliore per recitare una parte è quello di viverla.

Arthur Conan Doyle
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